Quale epilogo per un inizio?Un sorriso è stampato sulla mia faccia ma più che un sorriso è una contrazione del visto. Apro la bocca per respirare tutta l'aria possibile. Il sorriso è invece l'espressione dello sforzo compiuto fino a quel momento. L'impegno fisico è allo stesso tempo uno sforzo psicologico, un impiego di risorse mentali che non pensavo di avere. E mentre il viso mi si contrae in questa smorfia di dolore e felicità cominciano ad uscire le prime lacrime. Non riesco a trattenerle, escono prepotenti come una valanga inarrestabile, travolgono tutto sconquassando quel che resta della mia anima strapazzata... PrologoSono le quattro di notte, sento la mia bambina di due anni lamentarsi nel lettino. Ha la febbre da qualche giorno e non accenna ad abbassarsi. Ma il lamento si perde indefinito nella notte. Galleggio fra il sonno e la veglia prestando solo in parte attenzione a quel lamento. Nel buio il suono prende forma materiale, è quasi spigoloso, indubbiamente fastidioso, continua fino a quando sento la mia compagna alzarsi per andare a vedere. Bene..., ovvero, male!Nella mia testa tutto si svolge nell'attimo indefinito di un clic. La decisione è presa in automatico. Mi siedo sul bordo del letto, mi sfrego la faccia con le mani per farvi circolare il sangue nei capillari. Si va in ospedale. Si preconfigura certamente una pessima giornata. Così come si è andata formando tutta la situazione rappresenta solo la ciliegina sulla torta. Ho da poco avviato una nuova libreria e ho dato tutto me stesso per far decollare l'impresa. Sono trascorsi i mesi di lavoro più duri della mia vita. Ho il fisico ma soprattutto la mente logorati dalla stanchezza e da una strana forma di repressione dovuta ai serrati impegni di lavoro. E' una spossatezza di quelle che si accumulano quanto si fanno poche ore di sonno: ti rende fragile fino alle ossa. Un tipo di stanchezza tanto raficata e profonda che, la mattina, quando ti svegli, non hai neppure la forza di aprire le palpebre. Il cervello ancora funziona ma il corpo, ostinato, si rifiuta di rispondere. Quando usciamo fuori è ancora buio ma il freddo secco dell'inverno non infastidisce troppo. Guardo mia moglie che amorevolmente intrattiene la bambina e la sento stranamente lontana come se appartenesse ad un mondo diverso. Ma forse, più semplicemente, sono io che appartengo ad un mondo diverso dal suo, dal mondo delle persone per così dire... “normali”... proprio su questo dicevo, appunto, che ho un carattere difficile talvolta scostante e schivo. I miei pensieri vengono interrotti quando finalmente veniamo chiamati... |
{tab=Partenza}
PartenzaSiamo nuovamente a casa. Il medico ha visitato la bambina. E' stato molto meticoloso ma alla fine ci ha sorriso benevolmente dicendo che si trattava solo di un banale raffreddore. Mentre osservo il dottor, sembra che mi parli a rallentatore, tutto si svolge come in una moviola senza fine. E mentre parla e ci spiega che la nostra era solo l'ansia di genitori inesperti e giovani... queste parole hanno l'effetto di un doccia fredda, ho quasi l'impressione che il mondo si ribalti. Tutto sembra assumere un aspetto grottesco al limite del paradossale. Il dottore ci saluta rispedendoci a casa con una bella pacca sulle spalle e tanti auguri per la bella bambina. Sono le sette di mattina. Il sonno è ormai scomparso così non resta che decidere come impiegare questa giornata iniziata troppo presto e con delle strane premesse. Non sto molto a pensarci, il percorso mentale è semplice, sembra l'operazione di un matematico. Due più due uguale quattro. Tempo libero uguale montagna. Così anche se già è tardissimo decido di partire per Monte Viglio. Così lasciando la moglie e la figlia, in parte senza rimorso, decido di partire alla volta dei monti Simbruini. Per questa domenica, cominciata alle prime luci dell'alba, ancora una volta ho l'occasione di vivere la mia ennesima piccola fuga escursionistica. Scendo dall'auto, a terra la neve ha ghiacciato, quando la calpesto scricchiola facendo un piacevole rumore sotto la suola delle mie scarpe. Mi sfrego le mani, è una sensazione meravigliosa, il freddo gelido mi fa provale l'ebbrezza di... di essere così... vivo. Quando alzo lo sguardo verso la montagna davanti a me si innalza l'ampio versante occidentale del Monte Viglio. Sulla sinistra il profilo di cresta è interrotto dal grande dente roccioso del Gendarme, a destra le coste rocciose del Monte Viglio e l'ampio Circo dei Sassoni. Ai piedi di questo basso complesso montuoso l'immensa e dormiente faggeta così tipica in Appennino. Mi vesto rapidamente ed in meno di dieci minuti sono già immerso nella natura. |
{tab=Perdersi}
Perdersi...Ho studiato la cartina geografica per settimane, ora che sono come smarrito nel cuore vivo della natura, questo stropicciato pezzo di carta mi appare quasi come illeggibile. Tento di capire la curvatura dei rilievi circostanti e far corrispondere ad ogni linea di livello un profilo, una quota un colle. Sono ancora immerso nella faggeta e cerco di prendere quota il più possibile ma scopro presto di essere costretto a muovermi verso sud, devo scavallare un basso colle per riuscire ad entrare nell'ampio circolo glaciale: il circolo dei sassoni. Scavallato il colle mi trovo in un'ampia radura dalla quale riesco ad individuare meglio la direzione da seguire. Rimango ancora troppo coperto e questo mi fa sudare in modo del tutto esagerato. Conservo qualche maldestro autoscatto fotografico a segno imperituro di quei momenti. Il viso emaciato e teso ha il colorito rosso dello sforzo fisico. Non c'è sorriso eppure, lo ricordo bene, era un piacere sottile ed inestimabile essere li in quel momento. Ero pieno della soddisfazione e allo stesso tempo svuotato di pensieri degli impegni quotidiani. La sosta, per un tè ancora ben caldo, dura poco. In vetta due ombre nere si aggirano, non credo mi abbiano notato a 1700 metri circa sono ancora immerso nella faggeta e difficilmente risulto visibile ai due escursionisti. Attraverso gli alberi spogli riesco a vedere la linea di cresta che sale alla cima, ha il candore bianco della neve, segue la linea leggera della libertà. Una volta raggiunta la cresta, penso, la salita sarà certamente più semplice. Niente più interrogativi nella ricerca del percorso, niente più lotte contro il folto dei rami intricati. Niente più ansie ingiustificate. La linea netta della cresta mi porterà diritto in vetta senza nuove deviazioni, senza paure. |
{tab=Questione di prospettiva}
Una questione di prospettiva...Quando gli ultimi alberi si diradano sono praticamente giunto in cresta. Da qui riesco a vedere tutta l'immensa faggeta che ho percorso fino ad ora, riesco a commisurare meglio le fatiche, ogni singolo ramo che ho dovuto scavalcare, ogni singolo albero che ho dovuto aggirare. Da qui riesco a recuperare una dimensione del tempo che avevo smarrito nel bosco. So che le creste spazzate dal vento sono spesso prive di neve. Oppure in alcuni casi la neve ghiacciata è solida come il cemento e con un buon paio di ramponi si sale senza troppa fatica. Così è iniziata la mia avventura. Ho sempre letto molto, soprattutto racconti, dalla fantascienza ai classici contemporanei. Negli ultimi anni percepivo quel lieve sapore di inverosimile presente nei racconti d'invenzione. Si trattava di un retrogusto che, nella lettura, diventava sempre più sgradevole. Avevo l'impressione che tutto questo non poteva realmente arricchirmi ma che piuttosto contribuiva ad aumentare la mia già innata confusione. Attraverso gli alberi spogli riesco a vedere la linea di cresta che sale alla cima, ha il candore bianco della neve, segue la linea leggera della libertà. Una volta raggiunta la cresta, penso, la salita sarà certamente più semplice. Niente più interrogativi nella ricerca del percorso, niente più lotte contro il folto dei rami intricati. Niente più ansie ingiustificate. La linea netta della cresta mi porterà diritto in vetta senza nuove deviazioni, senza paure. |
{tab=La cima}
La cima...Velato da una coltre di nubi bianche il cielo non sembra decidersi ad aprirsi. Un vento leggero soffia da meridione, per essere marzo non è molto freddo. E infatti quando raggiungo definitivamente la linea di cresta scopro che la neve non è affatto ghiacciata anzi si notano le prime macchie rosse della magnesite assorbita dalla neve, questo è il segno dell'inevitabile discioglimento della neve. Invece di avvicinarmi alla cima la cresta sembrava, però, avermi allontanato dalla cima. La neve ancora molto morbida ostacolva continuamente il mio passo. Per un fitto dolore all'anca sinistra dovevo fermarmi sempre più spesso. Questo è quello che succede all'escursionista della domenica che senza allenamento decide di salire per più di mille metri di dislivello nella neve alta. L'effetto ottico della prospettiva ha schiacciato la profondità di campo. La cresta di fatto si andava rivelando ai miei occhi molto più lunga del previsto. Tre passi e mi dovevo fermare. Il dolore diventava sempre più forte ed insopportabile. Non è più possibile tirarsi indietro, c'era ancora tutto il tempo a disposizione e nessuna difficoltà tecnica nella salita: nessun passaggio complesso, nessun problema di orientamento. Avrei dovuto solo resistere al dolore e andare avanti. Quando il dolore si fa insistente ed insostenibile non puoi far altro che il parallelismo con le difficoltà dell'esistenza in generale. La tua mente parte in un giostra di pensieri astratti. La conquista di una cima si presta meravigliosamente alla similitudine con la vita. Non puoi far altro che andare avanti. Ci vuole resistenza, ostinazione, controllo. A quota 2050 intercetto la cresta che proviene dal monte Pratiglio. Il panorama è meraviglioso ma tengo la testa bassa e non vi faccio particolarmente caso, sono stanco e tutto concentrato a gestire mentalmente il dolore all'anca. Alzo lo sguardo e vedo la forma distinta della croce di vetta. E' immensa e finalmente comincio a capire le sue reali proporzioni. Passo dopo passo e con una lentezza quasi esasperante giungo al piccolo pianoro circolare ai piedi della della cima. Alzo lo sguardo manca solo l'ultimo strappo di 20 metri fino alla croce. Mentre salgo gli ultimi metri fino alla croce singhiozzo convulsamente, un fiume inarrestabile di pensieri e di ricordi riemerge alla coscienza, alla vivida luce della consapevolezza e tutti insieme prendono forma componendo una immagine unica e perfetta della mia esistenza. Da una taschino superiore estraggo una foto di mia figlia, la incastro sulla croce. Ancora mi sfugge il vero senso di questo gesto. Forse tutto questo è solo per il mio ego spropositato. La croce, il panorama meraviglioso, il raggiungimento di questo obiettivo, queste poche ore in solitaria servono solo a me stesso. Poca cosa se penso che a questa figli sto dedicando le mie notti le mie giornate, il mio tempo, la mia vita. Di stare qui... forse... me lo sono meritato... almeno questa volta. Avevo raggiunto con fatica e pervicacia l'obiettivo di guadagnare la cima di quella montagna. Non solo ero riuscito a raggiungerla dal versante più faticoso, in una di quelle giornate che sembrava presagire niente di buono. Ero riuscito anche a far si che quella conquista potesse chiarirmi il senso delle fatiche quotidiane. In vetta al sacrificio quotidiano è possibile osservare retrospettivamente la propria esistenza con soddisfazione ed orgoglio. Così è una cima. Così è la vita. |
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